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Intervista a Piera Mungiguerra

Senza categoria 08 Feb 19 0

Intervista a Piera Mungiguerra

La regista porterà in scena Sabato 9/2/2019 al teatro PIME di Milano “Sogno di una notte di mezza estate”, di W. Shakespeare con musiche di Purcell e Mendelssohn

 un programma RadioStatale
Signora Mungiguerra, lo spettacolo che metterà in scena Sabato sera è un “sogno” che dura da più di quattro secoli. Come si spiega il successo di quest’opera che pare imperitura? 
E’ un opera profonda, proprio nel senso di un pozzo. Ad una prima lettura potrebbe sembrare solo una complicata trama di amanti e magie, ma studiandola e lavorandoci sopra ci si rende conto di quanti strati e livelli di lettura possieda.
I personaggi abbandonano la città per immergersi nel bosco e qui perdono completamente il raziocinio, diventano violenti, spaventati, gelosi, passionali all’eccesso. Finché dura la notte non sono più in possesso del senno, sono persi nel bosco e in loro stessi ma forse è proprio in quest’ombra che rivelano la loro vera natura. A ben vedere questa è già psicanalisi, con circa 300 anni di anticipo.
Si dice che un’opera teatrale sia tanto del drammaturgo quanto del regista che la mette in scena. Qual è stato il suo apporto personale a questa “favola bella” popolata da folletti e fate nei pressi di Atene?
Ho cercato di lavorare sull’immaginazione, i personaggi sembrano appunto emergere da un sogno, immersi nella notte e nascosti fra gli alberi del bosco. Emergono, si dissolvono e si confondono gli uni con gli altri. Nello spettacolo due soli interpreti coprono undici ruoli ed è in questo dissolversi e apparire e nella recitazione virtuosistica di due bravissimi attori, quali Claudia Gambino e Francesco Meola, che si trova la cifra dello spettacolo. La musica è un terzo personaggio che a volte li guida a volte a volte nasce dal loro movimento.
Il suo spettacolo è infatti tanto visivo quanto musicale. Cosa ha provato nell’accostare i testi Shakespeariani alle note di Purcell e Mendelssohn?
Si è trattato di un percorso affascinante in due mondi all’opposto come il Barocco e il Romanticismo. Abbiamo cercato di sfruttare la grande differenza tra i due compositori (le emozioni pure ed eteree della musica di Purcell, la passionalità teatrale dell’universo di Mendelssohn) per far risaltare la dimensione onirica e sfaccettata dei vari livelli drammaturgici che animano il testo di Shakespeare. Con la presenza di diversi musicisti che intervengono accanto al pianoforte abbiamo enfatizzato l’aspetto spaziale e di rottura della quarta parete, che è un elemento importante dello spettacolo.
Terminate le prodezze dell’indimenticabile Puck, quali saranno i suoi progetti futuri? Può già anticiparci qualcosa?
Dopo aver lavorato su Shakespeare è difficile ritornare al mondo reale, il suo teatro è incredibile, esplora forse ogni angolo dell’umano con una poesia e un acume senza pari… Un viaggio in posti bellissimi, di quelli che pensi di iniziare ad afferrare nel momento in cui devi ripartire e ti dici: ‘Devo assolutamente tornarci’. Per il resto mi farò guidare dagli innamoramenti che verranno.
domande di Simone Santini

“IL GABBIANO” VOLA AL CARCANO

Senza categoria 06 Feb 19 0

“IL GABBIANO” VOLA AL  CARCANO

Recensione dello spettacolo “Il gabbiano” di Anton Čechov, in programma fino al 10 Febbraio 2019 al Teatro Carcano di Milano.

Regia: Marco Sciaccaluga

Una produzione: Teatro Nazionale di Genova

Con: Roberto Alinghieri, Alice Arcuri, Elsa Bossi, Eva Cambiale, Andrea Nicolini, Elisabetta Pozzi, Stefano Santospago, Roberto Serpi, Francesco Sferrazza Papa, Kabir Tavani, Federico Vann

di Simone Santini

Mentre la bella stagione torna a lambire le sponde del lago, il tempo passa  anche alla tenuta del ricco Sorin: passa per sua sorella Irina Arkadina, ex attrice incapace di accettare che tutto in lei sta invecchiando; passa per il suo amante Trigorin, scrittore di successo ma insoddisfatto; passa per la domestica Maša, sofferente per un amore impossibile, e passa sotto gli occhi provati dalla miseria del maestro Medvedenko, povero in un Paese di pochi privilegiati. Ma soprattutto passa per Nina, che sogna una carriera da grande attrice,  e per il ragazzo innamorato di lei, Kostantin, figlio di Irina e aspirante scrittore cresciuto nell’ombra totalizzante della madre; due giovani che con i loro demoni, le loro aspirazioni e le loro ipocrisie sgomitano disperatamente per ottenere un loro posto in un mondo dominato da figure assuefatte del proprio crepuscolo. Senza dimenticarsi di lui, il gabbiano, la metafora su cui è imperniato tutto lo spettacolo, l’uccello libero ucciso per futile crudeltà e che, impagliato, incombe come un inquietante feticcio sul drammatico finale. Tragedia delle aspirazioni frustrate, della disillusione e della mediocrità, “Il gabbiano” di Anton Čechov torna sul palcoscenico del Carcano nella versione italiana di Danilo Macri e diretto da Marco Sciaccaluga, che lo propone in versione praticamente integrale, con un allestimento tradizionale, attori convincenti e una potente melodia firmata Andrea Micolini. Il risultato? Certamente uno spettacolo solido e molto ben recitato che, sebbene non presenti soluzioni particolarmente innovative, rappresenta una godibilissima messa in scena dell’opera che si potrebbe ben definire uno dei massimi capolavori di Čechov e del teatro russo in generale.

 

 

IL MERCANTE DI MONOLOGHI

Senza categoria 05 Feb 19 0

“Il mercante di monologhi”

SUBITO DOPO AVER CALCATO IL PALCO DEL TEATRO PIME DI MILANO, VOCI E MANI ANCORA CALDE, MATTHIAS MARTELLI E MATTEO CASTELLAN, I PROTAGONISTI DE “IL MERCANTE DI MONOLOGHI”, SI RACCONTANO A COSI’ E’ LA RADIO

– Domande e intervista a cura di COSÌ È LA RADIO (SE VI PARE) –

 

Com’è nato questo spettacolo?

MARTELLI:  È nato dall’idea di riportare in auge il teatro giullaresco e popolare, quello fisico, mimico, satirico e comico insieme, un po’ come faceva Dario Fo. Da quelle radici è cresciuta la volontà di portarlo dappertutto, nelle piazze, nei teatri, nei locali… All’inizio cercavamo di toccare davvero più posti possibili con il nostro carretto, il simbolo del teatro girovago.

CASTELLAN: Il carretto permette di portarsi dietro il teatro, quindi non hai bisogno di una struttura esterna ma puoi recitare ovunque tu sia, come i girovaghi di una volta. Quindi, specialmente durante i primi tempi, siamo stati in tutti i tipi di posti, dai grandi teatri alle situazioni di strada.

Lo spettacolo va riadattato a seconda del contesto?

MARTELLI: Assolutamente: alcuni pezzi funzionano molto bene in strada, altri in teatro. Ad esempio, il pezzo dell’antropologo (eseguito in scena, N.d.r.) in teatro funziona bene, in piazza meno, essendo giocato tutto su azione/reazione (e in uno spazio aperto e ampio non percepisci bene le reazioni). Devi anche fare molti compromessi artistici, visto che magari ti trovi in un posto dove alcune cose funzionano e altre no.

Martelli, lei ha lavorato con Dario Fo: com’è affiancare un premio Nobel?

MARTELLI: È incredibile, soprattutto se il premio Nobel ha un’umiltà come quella di Dario Fo: sembrava di stare col nonno che ti racconta storie. Non aveva nessuna pretesa di superiorità, non ti faceva mai sentire inferiore. È una lezione che mi porto dietro: se un Nobel di ottanta anni (quella la sua età quando l’ho conosciuto) riusciva ad essere così privo di boria, vuol dire che i grandi sono così, e non le persone invidiose, rancorose e saccenti. I veri grandi sono umili, anche perché l’obiettivo di Fo quando era in scena non era certo quello di accrescere il proprio ego.

L’attore non ha però un po’ questa nota di vanità, di narcisismo?

CASTELLAN: Può succedere che uno inizi con quella chimera, ma poi quando va in scena tendenzialmente si accorge che la realtà è un’altra. La realtà è che la cosa importante, la cosa che conta quando si è in scena è la comunione che si crea con il pubblico. Quando sei davvero fortunato e in una serata tutto funziona bene, allora tu (attore) potresti essere uno del pubblico addirittura, è una cosa un po’ “zen”. Succede che trovi questa osmosi ed è ciò che ti aiuta, se sei un’artista sensibile, ad avere un’umiltà. Ti rendi conto che a parti invertite proveresti lo stesso piacere.

MARTELLI – Credo che il grande insegnamento durante le repliche sia proprio questo: dover entrare e connettersi energeticamente con un pubblico che tutte le volte è diverso, in una sala sempre diversa, alle volte enorme, alle volte più piccola, certe volte piena, altre no. Tutte le volte bisogna entrare e connettersi con l’energia del pubblico, solo così arriva il testo che si porta in scena. Alla fine, capisci che lo scopo è creare armonia e connessioni e allora te lo porti fuori e comprendi che la vita stessa è creare armonia e connessioni. Diciamolo, se la recitazione si riducesse a un discorso di ego sarebbe tremendo.

CASTELLAN: Sarebbe davvero tremendo, anche perché l’ego ha sempre paura di crollare. È pesante entrare in scena pensando di dimostrare quanto si è bravi. È più bello entrare, stare in ascolto e pensare di creare qualcosa insieme a chi c’è. Ad esempio, stasera c’era un grande calore, una notevole propensione alla risata.

Come si è trasformato oggi, se lo ha fatto, il teatro, visto che deve confrontarsi con tutti gli altri stimoli di intrattenimento, in particolare offerti dalla tecnologia? Che ricezione percepite del teatro popolare-giullaresco che voi portate in scena?

MARTELLI: Il teatro popolare giullaresco è quello che più di altri ti impone di cercare la connessione, dove non ti puoi limitare a declamare. La differenza del teatro rispetto a tanti nuovi tipi di intrattenimento sta nel fatto proprio che quest’ultimi sono virtuali. Con essi manca quella cosa che succede in quel determinato momento, quel qualcosa che viene fatto e subito dopo è già morto. Il teatro è un flusso, come la vita. Non puoi guardarlo due volte, perché è sempre diverso. Questa secondo me è la forza che farà si che il teatro non morirà mai.

MARTELLI: Anche uno spettatore che viene a vederti due volte non vedrà mai lo stesso spettacolo. Io credo che ci sarà un momento di rigetto per l’eccesso di tecnologia, per l’eccesso di velocità, per le fruizioni di video di pochissimi secondi, e questo rigetto si riverserà sicuramente intorno a una delle forme di intrattenimento che di più sicuramente sta resistendo e che è il teatro, questo proprio perché il teatro non è riducibile in questo modo (virtuale).

Quindi, in previsione del fatto che il teatro è destinato a resistere ancora a lungo, quali sono i vostri progetti futuri?
 MARTELLI: Il 2 marzo debutterà a Torino “Nel nome del dio web”, uno spettacolo tutto incentrato sul web e le moderne tecnologie di comunicazione, prodotto dalla Fondazione TRG. Il pubblico avrà l’occasione di rincontrare don IPhone e di ascoltare le musiche composte appositamente dal maestro Cattelan. Poi, oltre a continuare a portare in giro Mistero Buffo (a Milano da ottobre 2019, ndr), io e il maestro abbiamo in cantiere una nuova idea.
La musica e il teatro: due mondi sicuramente comunicanti, ma sicuramrente differenti. Com’è nata la vostra collaborazione?
CASTELLAN: Il primo a “contaminarsi” sono stato io: lavoravo col teatro già prima di conoscere. Quando ci siamo incontrati suonavo per un varietà, tutti i martedì a Torino. Io ero sopra il palco, che accompagnavo da solo con vari strumenti i numeri degli attori; uno di questi era l’antropologo di Mathias e lui, mentre recitava, ogni volta che si girava a guardarmi vedeva che mi spanciavo dalle risate. Così è nata l’idea di un sodalizio.
MARTELLI: mi facevano impazzire i suoi accompagnamenti musicali: degli stacchi così delicati e al tempo stesso potenti. Una cosa che credo sia veramente fondamentale di questo lavoro è il non avere dei “collaboratori”, ma degli “amici”, perché quando c’è la si vede quell’intesa, la si trasmette sul palco. Anche con Loris, il nostro tecnico, c’è un rapporto che va al di là del lavoro: siamo un gruppo di amici che vanno in giro, si raccontano i fatti loro, ridono e scherzano. Se manca la coesione, il sentimento del “gruppo”, tutto diventa veramente logorante.
CASTELLAN: Senza contare che il rapporto di amicizia permette una maggiore sincerità: puoi essere più diretto nell’esprimere giudizi, pareri o consigli sul lavoro che si sta facendo. E noi abbiamo questa fortuna: siamo prima di tutto due amici.

“Alla mia età mi nascondo ancora per fumare”: commento e intervista alle attrici

News, Senza categoria 08 Gen 19 0

Donne e Islam. “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare” in scena al Carcano

Commento e intervista alle attrici del Teatro Ringhiera, dirette dalla sapiente regia di Serena Sinigallia. Al teatro Carcano dal 15 al 25 novembre.

 

Milano, 21 novembre 2018 –  Immaginate di essere una bambina. State giocando coi vostri cuginetti a palla in strada, sotto casa. Vostra madre vi chiama per la cena, quindi salutate gli amichetti e rientrate. Mentre vi sedete a tavola lei si accorge che quella mattina avete scordato di indossare le mutandine: la vostra “vergogna” è lì, sotto i suoi occhi, così come probabilmente lo è stata fino a pochi minuti fa, sotto quelli dei vostri compagni di pallone. Immaginate che vostra madre, allora, anziché mandarvi in camera a vestirvi con un rimprovero tra l’imbarazzato e lo scocciato, si avvicini alla mensola della cucina e prenda il vasetto della paprika. Per infilarvela nella vagina. Come punizione.  Forse è troppo difficile da immaginare, così come difficile è pensare, ad esempio, che a cinquant’anni una donna sia costretta a nascondersi per poter fumare. E non perché il marito e i figli la si preoccupino per la sua salute; ma perché, lo sanno tutti, una donna che fuma in pubblico è una puttana.

Se foste una donna algerina non sarebbe necessario nessuno sforzo di immaginazione, perché tutto ciò (e molto altro) farebbe parte della vostra quotidianità. È forse a causa di questa, seppur dolorosa, appartenenza  alla realtà a cui dà voce, che Rayhana, pseudonimo dell’autrice algerina di “Alla mia età mi nascondo ancora per fumare”, riesce a farcela raccontare con naturalezza, leggerezza, persino con ironia, dalle sue otto protagoniste; che coglie nell’unico momento di libertà concesso loro durante la settimana, ossia la visita all’hammam. Dimenticatevi quindi pesantezza, patetismi esagerati o toni di retorica solennità: lo spettacolo – eccetto per qualche scena, del resto è una tragicommedia – scivola via lieve, nonostante l’urgenza dei temi affrontati e la tragicità dei vissuti di quasi tutti i personaggi. Verrete immersi nell’universo femminile di otto donne, la tenutaria dell’hammam, l’assistente e le sei frequentatrici, che scoprirete così diverse e insieme così simili a noi donne occidentali.

In questo spettacolo si parla di sesso – e in maniera molto più esplicita di quanto non siamo abituati persino noi nei nostri teatri – di masturbazione, di divorzio, di spose bambine, di università, di terrorismo, di integralismo. E di uomini, quasi sempre male, con un rancore feroce e disilluso. Di loro, in scena, nemmeno l’ombra; ne arrivano solo, un’eco riportata dalle protagoniste, le urla rabbiose dal di fuori, a violare quel piccolo momento liberatorio di intimità.

Insomma, un testo pregno di contenuti scottanti e scomodi, che sono costati all’autrice un’aggressione da parte dei Fratelli Musulmani mentre usciva da teatro, nella Francia in cui ora vive sotto scorta; autrice la quale, oltre ad averlo scritto, lo spettacolo lo ha anche messo in scena e ne è stata attrice.

Francesca Sinigaglia e le attrici dell’Atir, con la passione per il teatro sociale che da sempre le contraddistingue, oggi orfane del teatro Ringhiera e costrette a una stagione on the road, rendono omaggio al coraggio di Rayhana riportando lo spettacolo per la terza volta in scena, con delle nuove attrici a coprire alcuni ruoli. È con qualcuna di loro che dialoghiamo di questa nuova edizione dello spettacolo, in scena al Teatro Carcano fino al 25 di novembre, e di questo ideale passaggio di testimone tra Rayhana e la loro compagnia.

Assieme parliamo di vicinanza e di distanza: vicinanza, che è anzi identità, tra chi ha scritto il testo e il mondo a cui in esso si dà vita; distanza, tra chi quel testo lo deve recitare e con quel mondo, in quanto donna occidentale, non ha nulla a che vedere. Ma anche, vicinanza tra tutte le donne, con gli ostacoli che incontrano nella società in cui si trovano, al di là della nazionalità di appartenenza. E distanza, quella del pubblico occidentale: con il pericolo che si stigmatizzi in toto una cultura che viene qui raccontata nei suoi risvolti più negativi e nei suoi aspetti più cupi. Pericolo da cui tuttavia sottrae la problematizzazione a cui nel testo sono sottoposte le situazioni anche apparentemente più lineari, delle quali si dà conto in ogni sfaccettatura, senza semplificazioni di comodo. È questo ad esempio il caso di Zaiha, il difficile personaggio dell’integralista musulmana che la regista ha affidato a Chiara Stoppa. L’attrice, nel descrivere la costruzione del personaggio, sottolinea lo sforzo fatto nel senso di una sua umanizzazione: “Pur nel suo fanatismo, nel suo essere invasata da un’idea di religione per noi assurda, io e Serena non volevamo cadere nella banalizzazione e costruire il personaggio della cattiva con la C maiuscola”. Nel testo originario, Zaiha a un certo punto si redimeva, schierandosi in difesa di quella che, seconde le sue convinzioni, è un’infedele e come tale va punita; in seguito l’autrice, sicuramente disillusa e arrabbiata per il sangue che negli anni i Fratelli Musulmani hanno proseguito a spargere nel mondo islamico, ha modificato la trama negando alla donna qualsiasi possibilità di fuoriuscita dal suo estremismo. “Nonostante questo, abbiamo lavorato per renderla meno monolitica, e, ad esempio, nel litigio con la progressista e divorziata Nadia, abbiamo fatto in modo che fosse proprio la seconda ad agire per prima in modo aggressivo e ad assumere un atteggiamento intollerante e di totale chiusura. Le altre escludono Zaiha, la temono come un’aliena: eppure anche lei ha una storia di sofferenza e di soprusi alle spalle, un percorso che l’ha portata ad essere come è. Come amo dire, tutti nasciamo bambini”.

Ai diversi modi di interagire con Zaiha corrispondono i diversi atteggiamenti assumibili da parte dell’Islam moderato verso quello che la Stoppa definisce “Islam nero”. Da una parte la chiusura totale, che è quella di Nadia, che dà una risposta di lotta violenta alla violenza; dall’altra la ricerca di un dialogo, di comprensione della ragioni e di mediazione. “Noi non diamo in scena risposte su quale delle due possibili posizioni sia quella giusta. Io stessa non saprei dove collocarmi”, chiarisce Stoppa. Uno spettacolo e una regia che non cercano di dare risposte, dunque, ma che si prefiggono l’obbiettivo di stimolare delle riflessioni; l’idea di teatro della Senigaglia non implica infatti la dispensazione di presunte verità, ma che lo spettatore venga pungolato a una ricerca.

Proprio a proposito degli spettatori, alla domanda su chi piacerebbe loro veder seduto tra il pubblico, Marcela Serlia, che in scena impersona la disincantata ma generosa tenutaria dell’hammam, si accende: “Vorrei vedere esattamente Il pubblico del Carcano. Che è un pubblico che va a teatro per distrarsi, per rilassarsi, divertirsi. Ecco il pubblico che vorrei. Ah, e vorrei vedere gli uomini”. Ma ce ne sono, di uomini, in platea? Per questo spettacolo in cui per il loro sesso non c’è alcuna pietà; dei quali si dice, certo in un eccesso – pur legittimissimo – di livore: “Ma del resto, cos’è un uomo? Uno stomaco e un cazzo”. “Ce ne sono, ce ne sono” assicura la Stoppa, “ma quelli che ci sono li definirei illuminati. Purtroppo è sempre così, che a teatro e a vedere certi spettacoli va sempre chi meno ne avrebbe bisogno. Però mi piacerebbe che gli uomini che ci vedono si rendessero conto di quanto possa la tanto citata solidarietà femminile, che in questo spettacolo gioca un ruolo fondamentale, e quanto forte possa essere una donna calata in un contesto che le è in tutto e per tutto ostile”. Proprio come in Algeria, dove le donne devono far quadrato e lottare persino per indossare un bikini in spiaggia, perché altrimenti in spiaggia potrebbero subire le aggressioni di coloro che si autodefiniscono i preservatori della moralità. Lì, per essere una donna ci vuole molta forza. La stessa con cui arriva scambio di battute tra Samia, la giovane inserviente dell’hammam (una deliziosa e candida Irene Serini) e la tenutaria: – A stare qui, con voi, mi sento forte come un uomo.

-Come una donna, – le risponde Fatima – come una donna.

 

 

                                                                                                Alice Mosca, “Così è la radio (se vi pare)”, Radio Statale

Intervista a Laura Curino

Senza categoria 07 Gen 19 0

Laura Curino torna in scena con il suo Passione.
L’attrice ha recitato a Milano, al Teatro Pime, il 21 dicembre 2018.

Intervista a Laura Curino

a cura di: Così è la radio (se vi pare)

Programma di:  RadioStatale

Riguardo uno spettacolo teatrale presso:

Teatro PIME, Milano

Direzione artistica della stagione:

Pianoinbilico Compagnia Teatrale

Quando la contattiamo, Laura Curino è in treno. Non sappiamo dove sia diretta, ma sappiamo che sicuramente stasera sarà a Milano, ancora una volta in scena con Passione. Un racconto in cui protagoniste sono le donne, in una città della periferia torinese degli anni 60. Al centro c’è la storia di una ragazzina e della nascita della sua passione per il teatro. Quella ragazzina è Laura Curino e la storia è la sua.

Si dice spesso che avere una passione può salvare dalla paura di restare “nel nulla”, “tra gli altri come gli altri”. Capire la propria strada e seguirla, può salvare. Questo non è semplice, fa paura e richiede coraggio. Lei ha deciso di raccontare com’è nata la sua di vocazione, la sua passione per la recitazione. Sembra un racconto sempre attuale, sembra parlare a molti, a tutti. All’inizio quale ragione l’ha spinta a condividere con il pubblico questa storia, che poi è la sua storia, e cosa, ancora dopo quindici anni dal debutto, la spinge a portarla in scena?
Volevo raccontare una storia che mi toccasse molto da vicino, quella dell’emigrazione degli anni 60 che per quel che mi riguarda si è realizzata nel 1966. Volevo raccontare della molteplicità di persone che ho incontrato e che mi hanno fatto digerire un difficile spostamento dal centro di Torino a una periferia senza contorni, senza servizi, senza anima. Riprendo lo spettacolo come faccio sempre con tutti i miei lavori, perché mi sembra uno spreco non tenere gli spettacoli in repertorio. Anche perché le ondi di migrazione non si sono più fermate ad allora e quindi credo di avere qualche affinità con altre ragazzine che in questo momento si trovano da qualche parte del mondo, spaesate, isolate, lontane da ciò che chiamavano casa.

Dopo spettacoli di successo internazionale come Stabat Mater e La storia di Romeo e Giulietta, cosa si prova a tornare in scena con Passione? In un suo articolo Nadia Somma ha giustamente denunciato come, nello studio e nel ricordo del nostro passato, le donne siano spesso condannate all’oblio. Con questo spettacolo lei invece le riporta dove hanno diritto di stare: sul palcoscenico della Storia a raccontare il loro vissuto. Da dove nascono le figure femminili che metterà in scena con Passione?
Tornare in scena con Passione è sempre emozionante. Al di là dell‘indubbia difficoltà dello spettacolo che mi fa passare da un personaggio all’altro con ritmi molto sostenuti, mi diverto, mi diverto sempre a portare in scena queste donne. Sono figure che derivano o da una mia conoscenza diretta e personale, o, più spesso, da fonti letterarie, dalla costruzione di spettacoli precedenti o da fonti popolari, fonti dello spettacolo, in questo caso, religioso-popolare. Almeno una di queste figure viene proprio dalla passione popolare del 300. Gli altri personaggi sono comici, divertenti.

La sua narrazione parte dalla periferia torinese degli anni Sessanta, un periodo cruciale per la storia non solo di Torino ma anche italiana. A suo avviso, qual è l’eredità di maggior rilievo che gli anni del boom economico hanno lasciato alla sua città?
Il lascito di maggior rilievo di quegli anni a Settimo Torinese è il “melting pot” di persone. La vivacità e la forza che hanno dato queste persone arrivate da tutta Italia a questa piccola città. Settimo Torinese aveva 10.000 abitanti nel 1950, solo dieci anni dopo ne contava 30.000 e oggi è arrivata a 50.000. È stata la forza, l’energia e certo il boom economico ha contribuito a creare ricchezza. Oggi quella ricchezza e l’energia di questo luogo han fatto sì che sia arrivato alla provocazione di proporsi come capitale della cultura 2019. L’energia irriverente di questo posto è di una periferia urbana dove si vive bene, dove non abbiamo nessun senso di inferiorità con il mondo. Ecco la forza di un luogo così, viene proprio dal fatto che in quegli anni tante persone diverse si siano insediate lì, tante associazioni e gruppi abbiano incominciato a lavorare in maniera capace e anche un po’ scanzonata sui temi della contemporaneità e abbiano poi trasformato tutto questo in vita migliore per tutti.

Leggiamo che è uno spettacolo di Laura Curino, Roberto Tarasco e Gabriele Vacis. Com’è nata la vostra collaborazione e per quale motivo ha deciso di condividere questo racconto proprio con loro?
È un racconto scritto da me, rigorosamente da me, con però la collaborazione meravigliosa alla messa in scena di altre 5 persone. Noi abbiamo cominciato a lavorare insieme da ragazzini, avevamo 14 anni. Questo legame è diventato professione molti anni dopo e anche adesso che la compagnia non c’è più… quel legame è rimasto forte e potente! Il legame conta di più delle relazioni professionali. All’epoca facevamo tutto tutti insieme, ognuno la sua parte, ed era estremamente divertente!

Recensione spettacolo “Novecento” di Alessandro Baricco

Senza categoria 22 Dic 18 0

Attore: Eugenio Allegri

Regia: Gabriele Vacis

Teatro Pime, Milano, 30 novembre 2018

America, un sogno, una terra, il jazz.

Queste sono solo alcune delle parole che mi giungono alla mente dopo aver visto lo spettacolo di Gabriele Vacis, portato al Teatro Pime di Milano nell’unica data del 30 novembre 2018.

Aver avuto la possibilità di vedere uno spettacolo storico come questo è stata una fortuna: dopo anni che cercavo di vederlo, l’occasione si è presentata all’improvviso. Un ringraziamento va in primis a Radio Statale, grazie a cui la sottoscritta, per conto del programma “Così è la radio (se vi pare)”, ha potuto prendere parte a questo evento. Perché il teatro è proprio un evento: unico e irripetibile. Un secondo sentito ringraziamento va al Teatro Pime, che ha aperto le sue porte a Radio Statale.

Lo spettacolo si apre con il racconto del protagonista, che parlando in prima persona introduce la nave da crociera “Virginia”, la banda jazz di cui fa parte e il ritrovamento inaspettato di un bambino. Una creatura comparsa dal nulla sul pianoforte della sala da ballo dell’alta borghesia, lasciata incustodita dentro una scatola con su scritto: T. D. Lemon.

Danny Goodman, l’uomo che trova il pargoletto, ne diventa presto il papà, assumendosi il compito di crescerlo. Nonostante le avversità, Danny Goodman T. D. Lemon Novecento (questo il nome completo del bambino) cresce e si fa uomo a bordo del Virginia, sviluppando un talento innato per il pianoforte. La musica lo porta da un’altra parte, dice il protagonista, e Novecento suona dimenticandosi le dita, che vanno da sole.

<<Prima che Novecento suonasse il piano, non esisteva nulla del genere. Dopo che Novecento aveva smesso di suonare, non sarebbe esistito nient’altro di simile.>>

Novecento, senza saperlo, suonava il Jazz. Baricco al riguardo è preciso: quando non sai cosa tu stia suonando, allora stai suonando il jazz. E allora Novecento suona, incanta tutti a bordo, affronta un musicista rivale, scopre le donne e l’amarezza di perdere un amico. Scopre che quello che ha sempre sognato, in realtà, non lo desidera affatto. Cosicché ogni cosa vissuta, per Novecento, assume un significato universale: “amando una donna, le amai tutte. Trovando un amico, conobbi tutti gli uomini”.

Allegri mostra una grande consapevolezza sulla scena, prendendo il pubblico per mano e trascinandolo con sé nel turbine degli eventi. Il ritmo incalzante non lascia spazio a divagazioni e il particolare utilizzo del tono acuto sorprende spesso lo spettatore, a volte anche stordendolo.

Un sapiente uso del telo, unico elemento scenografico ad eccezione di un piccolo pianoforte appeso al soffitto, sostiene la narrazione, creando interessanti giochi di luce e interazioni con l’attore.

Inoltre…

Dopo lo spettacolo Allegri, che si è dimostrato fin da subito aperto e cordiale, ha permesso agli interessati di raggiungerlo nel camerino dietro le quinte per salutarlo e parlarci. Colta l’occasione ho posto alcune domande al diretto interessato.

Com’è portare avanti uno spettacolo da così tanti anni (ben 25) per l’Italia e fuori?

Lo spettacolo ha una sua forza innata, che non si perde con il tempo. Ogni replica è diversa, perché il pubblico è diverso. È da lui che traggo la forza: sento subito se il pubblico è con me.

C’è differenza tra il pubblico italiano e il pubblico estero?

Sono rimasto molto sorpreso dal pubblico estero, perché me li aspettavo freddi e invece sono rimasto piacevolmente stupito dal loro calore, in particolare dal pubblico londinese.

Questo testo è stato scritto da Baricco appositamente per lei. Cosa ci dice al riguardo?

Novecento è stato un regalo che Baricco mi ha fatto. Aveva appena concluso Oceano Mare e volle scrivere qualcosa per me cavalcando lo stesso stile. Un grande regalo per me e Vacis.

Insomma, un monologo che consiglio di vedere!

Un saluto a tutti!

Giulia Mancigotti

Così è la radio (se vi pare)